Il "nettare" prodotto dalla Puglia e scelto come vitigno di punta dalla Tenuta zicari è apprezzato nelle sue varietà da esperti enologi, e dai migliori buongustai. Vanta  una storia lunga tremila anni, iniziata quando la pianta della vite fu introdotta in Italia, e in Puglia, dai Fenici e dagli Illiri, popolazioni di ceppo indoeuropeo che per prime abitarono queste contrade più di mille anni avanti Cristo. I popoli italioti, che abitavano la Puglia, allora detta Japigia, si distinsero ben presto in tre aree: la Daunia a Nord, la Gioia nella provincia di Foggia; la Peucezia al centro, nella provincia di Bari fino a Brindisi e Taranto; la Messapia a Sud, nella provincia di Lecce; a queste tre etnie corrispondono gli assetti vinicoli principali della regione: i Dauni coltivavano l'uva di Troia; i Peucezi coltivavano il Primitivo (merum) i Messapi coltivavano il negroamaro; nella fascia di confine tra Messapia e Peucezia (tra Brindisi e Taranto) le due culture si fondevano. Infatti il negramaro è il secondo vitigno, come quantità prodotta, coltivato nella Tenuta Zicari. La Puglia preclassica ha avuto quindi tre popoli e tre vitigni. Il Primitivo è il più diretto erede dell'antico "merum", quello che per primo si affermò e divenne famoso nei dintorni di Taranto. L'avvento dei Romani ne fece aumentare la notorietà e Plinio il Vecchio definì Manduria città "viticulosa" (piena di vigne) e numerosi altri scrittori tra cui Marziale, Ateneo e Marrone usarono parole elogiative per questi vini. Dopo le difficoltà incontrate nel Medioevo, le Crociate diedero un grosso impulso alla produzione del Primitivo. Dai porti pugliesi partivano le navi che portavano gli assetati guerrieri verso la loro destinazione. Prima della partenza i prodi annegavano le loro bellicose idee in un mare di vino pugliese e, in particolare, di Primitivo.

Successivamente, e in particolare nel Medioevo, con il diffondersi degli insediamenti rupestri, ad opera degli eremiti basiliani, il vitigno si diffuse in tutta la zona murgiosa delle province di Bari e Taranto. Ma fu alla fine del settecento che questo vino rosso tarantino fu valorizzato, grazie ai viticoltori di Gioia del Colle e, in particolare, dal primicerio della chiesa di Gioia, Francesco Filippo Indellicati, il quale osservò che uno dei vitigni, coltivati nelle sue vigne, giungeva a maturazione prima di tutti gli altri e dava un'uva particolarmente nera, dolce, gustosa, che si poteva vendemmiare già a fine agosto. Selezionò quella pianta e impiantò un vigneto tutto di quel tipo. Nacque così la prima monocoltura di uva "primitiva", così chiamata dall'Indellicati a causa della precoce maturazione. La grande diffusione del Primitivo mise subito in evidenza i diversi comportamenti di questa pregiata uva. Si notò che, vicino al mare, e in particolare nei dintorni della città di Manduria, dove giunse per merito di "Don Tommaso Schiavoni Tafuri" il quale ebbe in dote dalla sua sposa "Sabina di Altamura" delle barbatelle di vite di primitivo, ormai diffuso in tutta la murgia barese, si otteneva un vino più colorato, più alcolico e più apprezzato, pertanto proprio in quella zona si sviluppò una fiorente coltivazione della vite nella caratteristica forma ad alberello, la più apprezzata anche oggi.